Dialoghi: la lunga storia della contraffazione in Cina
Aprile 2026

Il mercato del fake in Cina non nasce con l’epoca dei grandi brand di lusso, ma risale ad altre epoche, quando lo status risiedeva nelle opere d’arte. “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano.
Di Sabrina Moles
La parola shanzhai è ormai entrata nel lessico cinese come sinonimo di imitazione, copia, prodotto “alla maniera di”. Anche se la Repubblica popolare oggi vanta una fama di paese high tech, spesso rimane vittima del pregiudizio di “paese del fake”. Eppure, l’associazione tra Cina e contraffazione non nasce con l’industria moderna né tantomeno con l’esplosione dell’e-commerce. Le radici del fenomeno affondano in una storia lunga secoli, che attraversa dinastie, fasi economiche differenti e profondi mutamenti culturali. Oggi la Cina è il principale produttore mondiale di beni falsi, ma il fenomeno non può essere compreso senza guardare al passato e alle dinamiche che hanno accompagnato la sua crescita economica.
Una tradizione antica: falsi d’autore e “truffe” d’altri tempi
Già durante il regno dell’imperatore Wanli (dinastia Ming, 1573–1620), il mercato cinese era invaso da falsi antiquari. Shen Defu, nel suo Wanli Yehuo Bian, descrive un fiorente commercio di oggetti “antichi” prodotti in serie nell’area di Wuzhong, nella regione del Ningxia: bronzi invecchiati artificialmente, ceramiche “ritrovate”, dipinti attribuiti a maestri del passato. Molti intellettuali, incapaci di vivere della propria arte, si reinventavano falsari. La contraffazione era appena diventata un’economia parallela, un’industria artigianale che rispondeva alla crescente domanda di beni culturali.
Con la dinastia Qing, le tecniche si fecero ancora più sofisticate. Ji Xiaolan, celebre studioso, racconta di aver acquistato una candela che non si accendeva perché fatta di fango ricoperto di grasso, e bastoncini d’inchiostro “d’epoca Ming” che si rivelarono terra colorata. Commentò con ironia che chi si lascia ingannare spesso è mosso da due debolezze: la ricerca del risparmio e la fretta. Una riflessione che, ai giorni nostri, è senz’altro parte del mondo della contraffazione.
Tra XVII e XIX secolo, la Cina attraversò una fase di transizione verso un’economia mercantile. L’espansione dei mercati di città, la mobilità sociale e l’assenza di un sistema normativo moderno crearono un terreno fertile per frodi e imitazioni. Il risultato fu una crisi di fiducia generalizzata: prodotti alterati, animali spacciati per specie pregiate, merci colorate artificialmente per sembrare più fresche o rare. La contraffazione, allora come oggi, era un sintomo di un’economia in rapido cambiamento.
La Cina contemporanea: leader globale della contraffazione
Oggi la Cina è al centro del mercato mondiale dei beni falsi. Nel 2021, il 75% dei prodotti contraffatti sequestrati dalla U.S. Customs and Border Protection proveniva da Cina e Hong Kong. All’interno del paese, i falsi marchi di lusso sono onnipresenti: borse, orologi, cosmetici, elettronica, perfino i prodotti farmaceutici e le automobili. L’esplosione del fenomeno è strettamente legata alla crescita economica cinese. Con le riforme del 1978, la Cina divenne la “fabbrica del mondo”: Nike, Adidas e altri marchi occidentali aprirono stabilimenti, attratti dalla manodopera a basso costo e dal rapido sviluppo infrastrutturale. Negli anni Novanta, con la diffusione dei negozi di lusso, i brand occidentali divennero simboli di status. Ma i prezzi proibitivi alimentarono un mercato parallelo di imitazioni accessibili. La domanda interna di beni “di marca” (veri o falsi che fossero) contribuì a far prosperare l’industria del shanzhai.
Yiwu: la capitale mondiale del fake
La Yiwu International Trade City, nello Zhejiang, è il più grande mercato all’ingrosso del mondo. Accanto ai prodotti legittimi, Yiwu è noto come uno dei principali hub della contraffazione. Ogni giorno circa 200 mila distributori acquistano tonnellate di merce, parte della quale finisce nei mercati neri nazionali e internazionali. A cinque ore di treno, la “Treasure Street” di Pechino offriva un assortimento di falsi che andava dai Rolex alle batterie Duracell, dai diplomi universitari ai software. Nella capitale si trova invece tuttora il Silk Street Market (Xiushui), un labirinto di negozi dove borse, scarpe, orologi e abbigliamento di lusso convivono con souvenir e artigianato. Nonostante le ripetute campagne di repressione e le pressioni internazionali, il mercato ha mantenuto la fama di luogo in cui è possibile trovare copie estremamente realistiche, spesso vendute con la stessa cura estetica riservata ai prodotti originali.
Negli ultimi anni, infatti, il governo cinese ha rafforzato il quadro normativo intorno al tema della contraffazione di merci, tra cui: la Legge sui marchi, la Legge contro la concorrenza sleale, la Legge sulla qualità dei prodotti e, più di recente, la Legge sul commercio online che rende le piattaforme responsabili della vendita di prodotti falsi. Le pene previste dal Codice Penale sono state irrigidite, mentre le autorità doganali hanno intensificato i controlli alle frontiere. Ciononostante, l’e-commerce, soprattutto durante la pandemia, ha accelerato la diffusione dei falsi, con piattaforme che faticano a distinguere tra venditori legittimi e operatori illegali.