Dialoghi – La Cina oltre la città
Maggio 2026

Un terzo dei cittadini cinesi – circa 470 milioni di persone – vive ancora nelle campagne, e la loro quotidianità non assomiglia granché a quella che ci racconta l’algoritmo. “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano.
Di Sabrina Moles
Le strade di Xi’an piene di giovani in hanfu, i video di hotpot fumanti, i reels girati tra i grattacieli di Shenzhen: la Cina che circola sui social occidentali è brillante, ordinata, dinamica. È una Cina di consumi e di futuro. Ma un terzo dei cittadini cinesi – circa 470 milioni di persone – vive ancora nelle campagne, e la loro quotidianità non assomiglia granché a quella che ci racconta l’algoritmo.
Il divario tra città e campagna in Cina non è una novità, ma negli ultimi anni ha assunto una nuova dimensione: non è solo economica, ma narrativa. Le immagini che arrivano dall’esterno – e quelle che circolano all’interno – costruiscono una versione della Cina rurale che oscilla tra l’idillio e l’invisibilità.
Terra (in)sicura
C’è un’idea diffusa, anche tra i cinesi delle città, che i contadini abbiano una rete di sicurezza che chi vive nelle aree urbane non possiede: la terra. Un bene solido, un rifugio. Zhou Jian, presidente della Fondazione Gan’en di Pechino e attivista che ha visitato quasi tremila villaggi in centocinquanta contee povere, ha smontato questa convinzione con semplicità. In oltre vent’anni di lavoro sul campo, non ha mai incontrato una famiglia che si fosse arricchita coltivando la propria terra. “Nemmeno una”, ha detto in una conversazione pubblica con il giornalista Peng Yuanwen. “Nei villaggi di oggi, una famiglia senza qualcuno che lavora in città quasi certamente finisce con il ricevere sussidi sociali.”
Il motivo è strutturale: negli ultimi decenni i costi di produzione agricola – sementi, pesticidi, macchinari – sono cresciuti molto più rapidamente dei prezzi del grano. In Sichuan, dove la superficie media per famiglia è meno di un mu (circa un sesto di un acro), due raccolti annui fruttano al netto ottocento yuan, poco più di cento dollari. Quanto basta, dice Zhou, “per qualche raffreddore o qualche mese di farmaci per la pressione”. E questo per chi è ancora in grado di lavorare la terra, contrariamente agli anziani, che sono la parte più fragile e più numerosa della popolazione rurale.
La seconda criticità è giuridica: legalmente, i contadini non possiedono la loro terra. Dopo la collettivizzazione degli anni Cinquanta, i terreni agricoli sono rimasti di proprietà collettiva. I contadini hanno diritti d’uso, non di proprietà, e non possono usare la terra come garanzia per un prestito né opporsi a espropri. “Stai usando una ciotola che ti è stata prestata”, spiega Zhou.
Gli anziani delle campagne cinesi ricevono in media una pensione di 163 yuan al mese – circa ventidue euro. Una cifra che non copre le spese mediche di base per le malattie croniche più comuni: ipertensione, diabete, artrosi, patologie respiratorie. Quando si parla di aumentare le pensioni rurali, uno degli argomenti più frequenti è che gli anziani di campagna “non hanno bisogno di molto”, abituati com’erano a una vita frugale. Zhou ribatte che la frugalità non è una preferenza culturale ma una risposta alla scarsità. Ha chiesto a molti anziani con quale frequenza mangino carne. La risposta più gettonata: ai matrimoni e ai funerali.
Il sistema di sussidi dibao
Anche in Cina esiste un sussidio di garanzia minima, il dibao. Ma anche qui la realtà è più complicata di quanto sembri. Il livello del dibao varia enormemente tra le province: a Pechino supera i mille yuan mensili, mentre nella maggior parte delle aree rurali si ferma a cinquecento o seicento. E i criteri di accesso sono spesso paradossali: se un figlio che vive in città ha comprato un’automobile per fare il tassista, i genitori in campagna perdono il diritto al sussidio perché “il nucleo familiare possiede un veicolo”. La logica è quella della famiglia come unità di reddito, salvo che quando si tratta di detrazioni fiscali, in cui ogni individuo viene conteggiato separatamente.
Nel frattempo, sui social, la campagna cinese esiste in un’altra forma. I “New Farmer” influencer – contadini-creator che documentano ritmi lenti, ortaggi bio e nature rigogliose – hanno milioni di follower. I loro video sono ricchi di energia e bellezza. Ma, come nota Zhou, quella telecamera smette di girare dopo trenta secondi, e l’anziano ripreso con il sacco di riso ha ancora trecentosessanta giorni dell’anno da attraversare.
Qin Gao, professoressa alla Columbia University e autrice del primo studio su larga scala sull’efficacia del dibao, descrive il programma come uno strumento che ha avuto “un impatto modesto” nella riduzione della povertà: più efficace nell’attenuare la profondità della miseria che nel farla sparire. I destinatari del sussidio, scrive, faticano a uscire dal circuito assistenziale non per mancanza di volontà ma per una serie di barriere strutturali – salute cagionevole, isolamento sociale, mancanza di capitali.
C’è poi la questione dei figli. I bambini delle famiglie che ricevono il dibao hanno poche chances di uscire dalla trappola intergenerazionale della povertà: solo una piccola quota riceve assistenza educativa, e molte famiglie preferiscono non fare domanda per evitare che i propri figli vengano stigmatizzati a scuola – le liste dei beneficiari sono pubbliche, per consentire ai vicini di “dare feedback” sulle richieste ed evitare frodi. Non mancano tentativi di risposta: la China Development Research Foundation porta avanti programmi di educazione e nutrizione per i bambini rurali poveri, gruppi filantropici finanziano assistenza sanitaria nelle aree più remote. l dibattito sul reddito universale di base come alternativa strutturale al dibao è rimasto aperto: al Congresso BIEN del 2024 ricercatori cinesi hanno proposto il passaggio al reddito di base universale come passo successivo alla stagione della lotta alla povertà, ma l’United Nations Development Program ha già sollevato l’obiezione di fondo: coprire 1,4 miliardi di persone anziché 53 milioni è un salto di ordine di grandezza che i conti potrebbero faticare a sostenere. Ma la ricerca resta aperta.