Dialoghi – Licenziamenti nel tech e #AIAnxiety

Aprile 2026

Nelle scorse settimane le voci dei licenziamenti su larga scala in alcune grandi società del tech cinese hanno scatenato forti reazioni sul web. La notizia è stata percepita come un segnale concreto del timore sempre più diffuso che l’IA possa di fatto sostituire i lavoratori. Dialoghi: Confucio e China Files è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano.

Di Vittoria Mazzieri

螳臂当车 tang bi dang che si traduce letteralmente con “come una mantide religiosa che cerca di fermare un carro”. Il senso è quello di sopravvalutare le proprie capacità, sovrastimarsi nel tentativo di fare qualcosa che però si rivela ben presto impossibile. Come scrive Andrew Methven nella sua newsletter RealTime Mandarin, in cui approfondisce il lessico cinese contestualizzandolo nei fatti di cronaca, l’espressione è stata utilizzata di recente sui social cinesi per raccontare l’ansia dei lavoratori del tecnologico di fronte all’impatto dell’Intelligenza Artificiale (IA). Non si tratta di una paura astratta o di un allarmismo infondato: è un rischio concreto, con conseguenze reali per il mercato del lavoro.

Le aziende del tech stanno licenziando?

A marzo si sono diffuse voci di licenziamenti massicci che starebbero avvenendo in grandi aziende del tech del paese, come iFlytek (科大讯飞), leader nel settore dell’IA e del riconoscimento vocale, e la nota piattaforma di video Bilibili (哔哩哔哩, a cui ci si riferisce in modo informale anche come B站 B zhan, “sito/piattaforma B”). Nella prima settimana di marzo uno screenshot di una chat di gruppo di dipendenti di B zhan menzionava licenziamenti di massa del 60% del suo personale, a cui l’intero reparto di Ricerca e Sviluppo aveva risposto scendendo in sciopero.

Al di là dei dubbi che questo articolo su WeChat ha sollevato sulla effettiva veridicità delle percentuali menzionate, anche perché una questione così rilevante avrebbe richiesto una comunicazione pubblica da parte del colosso, che invece è rimasto in silenzio, nel giro di qualche giorno anche iFlytek è stata travolta da indiscrezioni simili: il colosso dell’IA avrebbe licenziato il 70% del personale in outsurcing, quindi esternalizzato, in appalto, il 30% dei dipendenti a tempo pieno e perfino parte degli stagisti universitari.

Il vicepresidente di IFlytek, Han Yucheng, si è affrettato a smentire le voci, ma la notizia è diventata in breve tempo un trend che ha travolto social e piattaforme di networking professionale. Le percentuali non sono state verificate, ma hanno comunque generato preoccupazioni un paese in cui il tema del lavoro è una questione sensibile e in cui la disoccupazione giovanile si attesta attorno al 16%, secondo i dati di febbraio. Come si legge nell’articolo citato poco fa, la notizia “aveva già raggiunto il suo scopo: aveva toccato un nervo scoperto nella classe lavoratrice, spingendo tutti a riflettere seriamente su una domanda prima considerata inopportuna”: 下一个会不会是我 xia yige huibuhui shi wo? Sarò io il prossimo? Toccherà a me?

Le indiscrezioni sui licenziamenti stridono con il rapporto pubblicato dalla società a fine febbraio, che ha presentato per l’anno appena concluso prestazioni di successo: un utile netto pari a 950 milioni di yuan e un aumento del 390% nei mercati esteri che ha incrementato il potenziale di mercato. Ma, come illustra questo articolo di WeChat, al di là delle ottime prestazioni la contrazione e l’adeguamento di alcune linee di business (le cosiddette “ottimizzazioni strutturali”, 结构优化 jiegou youhua) sono scelte che si traducono inevitabilmente in cambiamenti a livello di personale nelle divisioni esistenti. I dati definiscono una prospettiva chiara: nel 2022 iFlytek contava circa 16 mila dipendenti; alla fine del 2024 ce ne erano 15.551. Ad avvalorare le voci contribuiscono anche le varie ondate di indiscrezioni analoghe che hanno interessato la società nel corso degli ultimi anni. I licenziamenti di fine 2019 hanno fatto scandalo anche perché era emerso che le indennità di fine rapporto erano pari a zero, e dal bilancio pubblicato nell’aprile 2020 si evidenziava che il personale addetto alla Ricerca e Sviluppo era diminuito a 6.404 persone dalle 6.902 unità del 2018. A fronte di quasi 4 miliardi di yuan investiti in R&S nel 2023, il personale è diminuito ancora. L’articolo fa anche notare che ogni volta che sono emerse voci di licenziamenti su larga scala, la società ha subito risposto lanciando campagne di assunzione di nuovi talenti.

Non è finita qui. Il 18 marzo sono iniziate a circolare voci su NetEase (网易), una delle più grandi aziende cinesi di Internet e videogiochi, che avrebbe pianificato “licenziamenti su larga scala di tutto il personale a contratto”. Del totale di 20 mila persone che compongono l’organico dell’azienda, la maggior parte delle quali sviluppa videogiochi, il 10-15% è esternalizzato. La “pulizia” mirerebbe proprio a rimuovere, entro aprile, circa il 30% dei collaboratori esterni.

Anche NetEase ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che le voci erano false e che i recenti cambiamenti erano nient’altro che “sostituzioni”, nell’ambito della normale rotazione del personale aziendale. Ma una differenza terminologia ha suscitato l’effetto contrario rispetto all’intenzione di rassicurare dipendenti e mercati. Anziché utilizzare il termine neutro per “sostituire” (替换 tihuan), il comunicato dell’azienda ha usato 汰换 taihuan, una parola che combina i caratteri “eliminare” (淘汰 taotai) e “sostituire” (替换 tihuan). Nel linguaggio aziendale taihuan descrive il processo con cui si rimpiazza il dipendente con prestazioni insufficienti con talenti di qualità superiore. O, appunto, con l’Intelligenza Artificiale.

Ansia da IA

Sempre più persone in Cina ritengono che le principali aziende del tech stanno attivamente “sostituendo gli esseri umani con l’intelligenza artificiale” (AI替代人类 AI tidai renli), una prospettiva che differisce di molto rispetto alla promessa originaria di incoraggiarne l’uso come strumento di supporto. I commenti sul web riflettono sul fatto che le nuove ondate di licenziamenti non colpiscono più le posizioni marginali, come il servizio clienti, ma anche programmatori e designer. Un post sui social media diventato virale commenta che le aziende, in fase di assunzione, non valutano più se un candidato è esperto nel coding, nello scrivere codici, ma se è capace di dare istruzione all’IA.

Di fronte all’allarmismo generale, le autorità sono intervenute. In un articolo uscito a febbraio su Wired, Lorenzo Lamperti scrive che l’IA “è vista dalla leadership come uno strumento imprescindibile per sostenere la produttività e favorire la transizione verso un modello di crescita più avanzato, basato sull’innovazione e sul valore aggiunto”. Ma anche che Pechino è consapevole che la sua diffusione rischia di accentuare le fragilità del mercato del lavoro.

Al di là di recenti comunicazioni che sostengono il potenziale occupazionale dell’IA (il ministero delle Risorse Umane ha fatto sapere di aver identificato negli ultimi anni 72 nuove professioni, di cui oltre 20 direttamente collegate all’IA), perfino Xi Jinping si è espresso in tal senso. In una recente sessione di studio il leader ha affermato che “non dobbiamo permettere che la nuova tecnologia sfugga al controllo”.

Di fatto, le enormi risorse che il governo cinese sta investendo nell’Intelligenza Artificiale, scommettendo su di essa per guidare la crescita economica futura del paese, accentua l’ansia per la perdita di posti di lavoro. Sulla piattaforma social Xiaohongshu ha preso piede da settimana l’hashtag #AIAnxiety (AI焦虑 Jiāolǜ). Questa paura collettiva potrebbe avere l’effetto contrario alle aspettative della leadership. “Quando un gran numero di lavoratori della classe media e giovani teme che l’IA possa sconvolgere le loro carriere, tende a ridurre le spese e ad aumentare i risparmi precauzionali in caso di licenziamento”, ha dichiarato a Rest of World Li Chen, ricercatore di economia presso un think tank di Pechino.

C’è chi è già corso ai ripari, preparandosi per la venuta massiccia dall’IA con l’IA. Per settimane ai più importanti eventi tecnologici cinesi non si è parlato altre che di aragoste. L’aragosta è infatti il logo di OpenClaw, un nuovo strumento di IA creato dal programmatore austriaco Peter Steinberger e rilasciato a novembre, acclamato come un nuovo modo di aumentare la produttività. A differenza del formato domanda-risposta utilizzato dalla maggior parte dei chatbot, OpenClaw utilizza la stessa tecnologia di base per controllare autonomamente app, browser web o dispositivi per la casa intelligente, tramite comandi impartiti attraverso app di messaggistica di uso comune come WhatsApp.

Aziende tech e enti locali hanno organizzato eventi per “allevare aragoste” (养龙虾 yang longxia), invitando persone di ogni età a portare i propri dispositivi su cui far istallare il nuovo agente IA. La CNN riporta un’analisi secondo cui la Cina avrebbe già più utenti di OpenClaw di qualsiasi altro paese, con circa il doppio delle attività degli Stati Uniti. I social si sono riempiti di commenti come questo: “如果自己不马上跟上,可能就会错过机会” ruguo ziji bu mashang genshang, keneng jiu hui cuoguo jihui, “se non mi aggiorno in fretta, potrei perdere l’opportunità”. L’ansia di essere sostituiti dall’IA, in questo senso, si amplifica. L’entusiasmo generale è stato però già raffreddato dagli allarmi di sicurezza informatica che le autorità cinesi hanno lanciato nelle scorse settimane, con il risultato, come racconta questo articolo su WeChat, che molti sono corsi a disinstallarlo.