Dialoghi – In Cina sono gli uomini a doversi liberare. Sì, ma del loro privilegio 

Febbraio 2026

La liberazione delle donne in Cina è rimasta incompiuta. Il potere patriarcale di matrice confuciana ha ripreso vigore ora che il Partito comunista cinese se ne serve per far fronte alle sfide poste dall’inverno demografico allo sviluppo economico. Alla crescente consapevolezza di genere femminile manca la complementare messa in discussione degli uomini, ha detto al Scmp la storica e docente di Women’s & Gender studies Wang Zheng. “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. 

Di Agnese Ranaldi 

“Abbiamo donne nuove, ma non uomini nuovi”. Per la storica Wang Zheng la rivoluzione delle donne in Cina – che pure ne ha fatta di strada fino ad oggi, dalle pratiche di mutilazione e sottomissione considerate come virtù femminili – è rimasta incompiuta. Pur avendo inizialmente beneficiato della promessa socialista del “grande timoniere” Mao Zedong, che le vedeva come le legittime detentrici de “l’altra metà del cielo” (bànbiāntiān, 半边天), oggi la lunga marcia verso una società più equa sembra essersi interrotta. La ragione, secondo la docente di Women’s & Gender studies dell’Università del Michigan Wang Zhang, è che le donne cinesi si sono emancipate dall’ideale tradizionale di moglie e madre confuciane, ma gli uomini vi sono rimasti affezionati. Il controcampo simbolico della libertà delle donne è la mascolinità egemonica di matrice confuciana, che trae vigore proprio da una rigida definizione dei ruoli di genere. E ora che Confucio (kǒngzǐ, 孔子) è tornato nei discorsi del presidente Xi Jinping e nelle prescrizioni del Partito comunista cinese, le prospettive per i movimenti delle donne si fanno ancor meno rosei.  

A più di un secolo dal Movimento del Quattro Maggio (wǔsì yùndòng, 五四运动), che all’inizio del Novecento mise in discussione l’ordine patriarcale tradizionale e aprì la strada all’emancipazione femminile (oltre ad aver rappresentato la rottura simbolica con la tradizione che ha aperto la strada verso la modernità), la società cinese è a un impasse in cui desideri e aspettative di genere confliggono. E sembra un faccia a faccia con la storia, se, come sostiene Wang in un articolo apparso sul South China Morning Post, la modernizzazione della Cina può essere anche letta come la modernizzazione delle donne. Se si guarda infatti all’istruzione, al lavoro salariato e all’indipendenza economica, ma anche al ruolo sociale che rivestono, si disegna il profilo di quella che è stata una vera “rivoluzione del cuore e della mente”, sostiene l’esperta. 

Un certo tipo di mascolinità, invece, è rimasta dominante. Gli uomini continuano a misurarla in termini di potere, ricchezza e controllo sugli altri, ha sottolineato Wang. Soprattutto sulle donne. E se si guarda alla Cina contemporanea, che ha fatto della promessa dello sviluppo economico il fondamento del consenso del Partito comunista cinese, ci si accorge che disoccupazione, precarietà e pressioni consumistiche alimentano una sorta di risentimento misoginistico che non si può separare dal contesto politico. La repressione dell’attivismo “femminista” cinese, infatti, è la cartina di tornasole di quanta preoccupazione si respira nelle stanze del potere di Zhongnanhai, il complesso di edifici governativi del Partito comunista cinese. Anche perché le pressioni della crisi demografica minacciano di compromettere definitivamente gli imperativi di crescita di Pechino, che si sta sforzando di rilanciare i valori familiari tradizionali sollecitando al matrimonio e alla maternità con modalità anche invadenti (come l’abitudine di alcuni funzionari locali della pianificazione familiare, che chiamano a casa delle giovani donne in età da figli per fare loro domande personali sul proprio futuro genitoriale). 

Ma il femminismo in Cina non è scomparso (se pure è considerato, in ottica anti-imperialistica, “una brutta parola” di matrice occidentale anche dalle attiviste, che preferiscono spesso il termine uguaglianza di genere, xìngbié píngděng 性别平等). Come dice Wang, pur non avendo la forma di proteste di piazza, sotto la superficie la consapevolezza di genere continua a plasmare le relazioni sociali. Ciò è visibile soprattutto nei comportamenti individuali, nella cultura popolare e sui social, oltre che nella letteratura e nel cinema. Su questi piani le donne negoziano autonomia, rifiutano aspettative imposte, costruiscono reti di solidarietà nonostante la resistenza del potere patriarcale. 

“Diventare una ‘donna nuova’ ha significato per molte guadagnare spazio e diritti”, ha ribadito la storica su Scmp. “Per gli uomini, diventare ‘nuovi’ significherebbe rinunciare consapevolmente ai loro privilegi”. È una rivoluzione più difficile, e forse per questo ancora lontana. Ma è anche il nodo decisivo su cui si gioca il futuro delle relazioni di genere nella Cina contemporanea.