Dialoghi – Un femminismo pragmatico per la Cina contro tratta e matrimoni forzati
Luglio 2026

Dopo il caso della “donna incatenata”, nuove reti informali aiutano le vittime tra censura e controllo statale. “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano.
Di Agnese Ranaldi
Quando Xiaocao è arrivata in una contea della provincia dello Shanxi, nel nord della Cina, aveva alle spalle ore di viaggio e diversi tentativi andati a vuoto. Lei e un’altra volontaria stavano seguendo una segnalazione: una donna con disabilità intellettive sarebbe stata costretta a vivere come moglie di due fratelli. Dopo giorni di ricerche, le due attiviste l’hanno trovata. La donna ha accettato di parlare con loro, loro non sono riuscite a farle accettare il loro aiuto. La sua storia, raccontata dal Guardian in un’inchiesta di Amy Hawkins, è solo una delle molte che un gruppo informale di volontarie cerca di intercettare nelle campagne cinesi, dove matrimoni forzati (qiǎngpò hūnyīn 强迫婚姻), tratta e sfruttamento continuano a rappresentare una realtà difficile da quantificare. E molto difficile da denunciare.
Negli ultimi anni, in Cina, il tema è tornato al centro del dibattito pubblico soprattutto dopo il caso della cosiddetta “donna incatenata”. Nel gennaio 2022 un video diffuso sui social mostrava Xiao Huamei, una donna trovata con una catena al collo all’interno di un capanno nella provincia del Jiangsu. La vicenda era stata inizialmente minimizzata dalle autorità locali e provocò un’ondata di indignazione: le immagini di quella donna, costretta a vivere in condizioni disumane dopo aver avuto otto figli, divennero il simbolo delle contraddizioni di una Cina che da un lato rivendica il proprio sviluppo economico e dall’altro continua a fare i conti con profonde disuguaglianze sociali, soprattutto nelle aree rurali.
Per molte femministe cinesi quello è stato un punto di svolta: se fino a quel momento il dibattito sui diritti delle donne si era concentrato prevalentemente sulle discriminazioni nel lavoro, sulle molestie sessuali o sulla violenza domestica, il caso Xiao Huamei ha riportato l’attenzione su un fenomeno rimasto ai margini della discussione pubblica, cioè la compravendita di donne e i matrimoni non consensuali. Non si tratta di un problema nuovo per la Cina contemporanea. Il traffico di donne è una questione aperta da decenni, alimentata in parte dagli squilibri demografici prodotti dalla politica del figlio unico, ma anche dalla preferenza culturale per i figli maschi e dallo spopolamento delle campagne. In alcune aree rurali la difficoltà per molti uomini nel trovare una moglie ha favorito un mercato illegale di donne provenienti da altre province o da Paesi confinanti.
Pechino sostiene di aver intensificato la lotta contro questi reati. Nel 2021 il governo ha lanciato un piano decennale contro la tratta di esseri umani e, secondo la Corte Suprema del Popolo, i casi di traffico e rapimento di donne e minori sarebbero diminuiti sensibilmente rispetto a dieci anni fa. Verificare questi dati, tuttavia, è sempre più complicato. Negli ultimi anni le autorità hanno limitato l’accesso agli archivi delle sentenze giudiziarie, rendendo difficile per studiosi, giornalisti e organizzazioni indipendenti valutare l’effettiva portata del fenomeno. Nelle campagne, inoltre, molti casi non arrivano nemmeno davanti a un giudice e vengono gestiti informalmente dalle autorità locali.
È proprio in questo spazio grigio che operano le nuove reti di attiviste. Non organizzano manifestazioni né campagne pubbliche. Molte lavorano in anonimato, consapevoli del clima di crescente controllo che caratterizza la società civile cinese sotto la leadership di Xi Jinping. Negli ultimi anni il governo ha progressivamente ridotto gli spazi di azione per le organizzazioni indipendenti, comprese quelle impegnate nella tutela delle donne. L’esperienza del movimento #MeToo cinese, rapidamente censurato e ostacolato, ha mostrato con chiarezza quanto sia difficile trasformare le rivendicazioni femministe in un’azione collettiva visibile.
Il nuovo attivismo si sviluppa quindi lontano dai riflettori. Alcune volontarie raccolgono segnalazioni provenienti dalle campagne; altre verificano casi sospetti, offrono consulenza legale o accompagnano le vittime nel rapporto con le autorità. Più che cambiare il sistema, cercano di intervenire laddove lo Stato non arriva o, secondo loro, sceglie di non intervenire con sufficiente efficacia. È un femminismo (nǚquán zhǔyì 女权主义) pragmatico, fatto di reti informali, sostegno reciproco e interventi individuali.
Negli ultimi mesi nuovi casi hanno riacceso l’attenzione. A febbraio è emersa la vicenda di una donna con disabilità intellettive che viveva nel Guangxi con un uomo dal quale aveva avuto nove figli. Il dibattito che ne è seguito non si è concentrato soltanto sull’eventuale tratta (fùnǚ rénkǒu mǎimài 妇女人口买卖), ma su una domanda più profonda: è possibile parlare di consenso quando una persona non è nelle condizioni di esprimerlo liberamente? È una questione che mette in discussione non solo l’efficacia delle leggi esistenti, ma anche il modo in cui vengono interpretate e applicate. Per le volontarie come Xiaocao il cambiamento, almeno per ora, passa da un caso alla volta. Il loro è un lavoro lontano dai riflettori; ancora non può sostituirsi alle politiche nazionali, ma continua a offrire una possibilità a donne che, altrimenti, rischierebbero di restare invisibili.