Dialoghi – Pechino verso un’energia di “nuovo tipo”

Luglio 2026

Oggi la Cina è il paese pioniere delle energie rinnovabili. Le sfide da affrontare, raccolte nel nuovo piano quinquennale, raccontano anche qualcosa che riguarda i sistemi energetici oltre i confini nazionali. “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano.

Di Sabrina Moles

Il 26 giugno scorso la Cina ha pubblicato un documento destinato a ridefinire la propria architettura energetica per i prossimi cinque anni. Si chiama “Piano per la costruzione di un sistema energetico di nuovo tipo nel periodo del 15° Piano quinquennale”, ed è, a leggerlo con attenzione, molto più di un semplice elenco di obiettivi di capacità installata o di percentuali di rinnovabile. È una dichiarazione di intenti su come Pechino intende riorganizzare il proprio rapporto con l’energia – e, attraverso l’energia, con il potere.

Una parola nuova per un’idea nuova

Nei documenti ufficiali cinesi, le parole contano. L’ordine in cui appaiono i concetti, la scelta di un termine rispetto a un altro, il passaggio da una formula consolidata a una inedita – tutto questo segnala uno spostamento reale nelle priorità di chi governa. Per questo vale la pena soffermarsi su una differenza apparentemente minima tra il 14° e il 15° Piano quinquennale energetico. Il primo parlava di “sistema energetico moderno” (xiandai nengyuan tixi). Il secondo parla di “sistema energetico di nuovo tipo” (xinxing nengyuan tixi). Non è un aggiornamento estetico. È un cambio di paradigma.

Il concetto di “nuovo tipo” ha una storia precisa nella burocrazia cinese. Appare per la prima volta in un discorso di Xi Jinping al 20° Congresso del Partito, nell’ottobre 2022, nel capitolo dedicato allo sviluppo verde. Prima ancora, nel 2021, era comparsa la formula correlata di “sistema elettrico di nuovo tipo” (xinxing dianli xitong), introdotta alla Nona riunione della Commissione centrale per gli affari finanziari ed economici. In entrambi i casi, il “nuovo tipo” segnalava qualcosa di specifico: non più un sistema costruito attorno alle fonti fossili con le rinnovabili come complemento, ma un sistema in cui le rinnovabili sono la spina dorsale e le fossili il supporto residuale.

Il 14° Piano quinquennale energetico, pubblicato nel 2021, rifletteva ancora una mentalità di transizione in senso stretto: il primo capitolo parlava di sicurezza energetica descrivendo soprattutto il problema degli approvvigionamenti di petrolio e gas, la diversificazione delle importazioni, le riserve strategiche. Le basse emissioni venivano dopo, come obiettivo di medio periodo. Nel 15° Piano, questa gerarchia è capovolta: l’obiettivo dichiarato fin dall’inizio è costruire entro il 2030 un sistema in cui vento e solare rappresentino oltre il 50% della capacità installata e le fonti non fossili il 50% della produzione elettrica. Prima viene la transizione, poi il fossile come ammortizzatore.

Il carbone retrocede al ruolo di “riserva”

C’è un momento della conferenza stampa di presentazione del Piano, tenuta il 26 giugno dalla State Council Information Office, che vale più di qualsiasi tabella di dati. Un giornalista di Bloomberg chiede a Wan Jinsong, vice-direttore della National Energy Administration, come conciliare la sicurezza energetica con gli obiettivi climatici, e soprattutto come interpretare il continuo aumento degli investimenti in nuovi impianti a carbone approvati negli ultimi anni. La risposta di Wan: “Il carbone svolgerà nel prossimo quinquennio un ruolo di regolazione, piccolo in scala ma stabile”.

Piccolo in scala ma stabile. Per un paese che fino a pochi anni fa traeva dal carbone oltre il 60% della propria elettricità, quella formulazione equivale a una dichiarazione di pensionamento anticipato. Non un’uscita immediata – sarebbe irrealistica – ma una ridefinizione del ruolo: da protagonista a spalla. Da principale fonte di energia a rete di sicurezza per i momenti in cui il vento non soffia e il sole non splende. La quota del carbone nella capacità installata è scesa dal 49% al 32% nel corso del 14° Piano; quella nella produzione elettrica dal 61% al 51%. La direzione è tracciata, anche se i tempi restano graduali e le province carbonifere continueranno a fare resistenza.

Perché la resistenza è reale, e il Piano non la nasconde. La produzione di elettricità rimane sotto il controllo dei governi provinciali, che in passato hanno sistematicamente privilegiato il carbone – fonte percepita come affidabile, locale, capace di mantenere posti di lavoro – rispetto agli obiettivi nazionali di transizione. Il 15° Piano prevede un meccanismo di mercato elettrico unificato a livello nazionale, con scambi interregionali in tempo reale tra la rete della State Grid e quella della China Southern Power Grid, proprio per superare questi localismi. Ma costruire un mercato unico dell’elettricità in un paese di 1,4 miliardi di persone con governi provinciali semi-autonomi è un’impresa che l’Europa sta ancora cercando di completare dopo trent’anni di tentativi.

La grande inversione geografica

La novità concettuale più profonda del Piano, però, non riguarda il carbone. Riguarda la geografia. Per decenni la Cina ha funzionato su un modello di flussi unidirezionali: le risorse energetiche concentrate nelle province occidentali – carbone nello Shaanxi e nello Xinjiang, gas nel Sichuan, idroelettrico nel Yunnan – viaggiavano verso est, dove si trovano i grandi poli industriali e le megalopoli costiere. Da qui le infrastrutture simbolo di questa logistica energetica: il gasdotto West-to-East Gas Transmission (xi qi dong shu), la rete di trasmissione West-to-East Power Transmission (xi dian dong shu), il trasporto ferroviario North-to-South Coal (bei mei nan yun). Mentre l’ovest produce, l’est consuma.

Il 15° Piano introduce una formula nuova, annunciata alla conferenza stampa da Wan Jinsong con una certa solennità: “L’energia dell’ovest, per l’ovest ” (xi neng xi yong). L’idea è che le regioni occidentali non debbano più limitarsi a esportare energia primaria verso est, ma convertirla in loco in prodotti e servizi ad alto valore aggiunto. Il vantaggio comparativo di questi territori non è più soltanto il carbone estratto o il sole e il vento abbondanti: è il basso costo dell’elettricità che ne deriva, e la possibilità di usarla per attrarre industrie energivore direttamente sul posto. Manifattura avanzata, produzione di idrogeno verde, e soprattutto – questa è la novità cruciale – data center per l’intelligenza artificiale.

I data center consumano enormi quantità di elettricità. L’elettricità prodotta da rinnovabili in zone remote è a basso costo ma difficile da trasportare su lunghe distanze senza perdite. Invece di trasportare l’elettricità, si trasportano i dati: si costruiscono i data center vicino alle fonti rinnovabili, li si alimenta con energia pulita a basso costo, e si sfrutta la rete internet ad alta velocità per connettere questi hub di calcolo con gli utenti a est. L’energia che prima doveva fare migliaia di chilometri su cavi di trasmissione viene trasformata in potenza computazionale sul posto, e la potenza computazionale viaggia via fibra ottica.

Energia e intelligenza artificiale: una simbiosi pianificata

Il nesso tra energia e intelligenza artificiale è uno degli assi portanti del Piano, e uno dei punti in cui la visione cinese diverge più nettamente dall’approccio occidentale. In Europa e negli Stati Uniti, la crescita dei data center legati all’IA è stata finora trattata principalmente come un problema di approvvigionamento energetico: dove trovare abbastanza elettricità per alimentare questi nuovi giganti del consumo, senza compromettere gli obiettivi climatici. In Cina, il Piano la ribalta: l’IA non è un problema energetico da gestire, è una leva per ottimizzare il sistema energetico stesso.

Wang Hongzhi, direttore della National Energy Administration, ha illustrato alla conferenza stampa tre ambiti concreti di applicazione. Il primo è la gestione dell’intermittenza delle rinnovabili: modelli di IA come “Yudian” (letteralmente “controllo della potenza”) reagiscono in tempo reale alle fluttuazioni della produzione eolica e solare, generando automaticamente piani di dispacciamento per la rete. Il secondo è la manutenzione predittiva delle infrastrutture: un modello come “Guangming Electric Power” monitora le linee di distribuzione, individua le anomalie e localizza i guasti prima che si trasformino in blackout. Il terzo è l’esplorazione e lo sviluppo di giacimenti petroliferi e gasiferi: il modello “Kunlun”, sviluppato per l’industria petrolifera, ha migliorato di oltre dieci volte l’efficienza computazionale nell’analisi dei dati di esplorazione.

Il Piano prevede investimenti in infrastrutture energetiche per oltre 20 trilioni di yuan nei prossimi cinque anni – una cifra senza equivalenti nel mondo occidentale. Di questi, oltre 5 trilioni sono destinati alle sole reti di trasmissione elettrica. Entro il 2030 verranno costruiti 15 nuovi corridoi ad altissima tensione in corrente continua, la capacità della West-to-East Power Transmission salirà a oltre 420 milioni di kilowatt, e la capacità di stoccaggio energetico raggiungerà i 300 milioni di kilowatt – abbastanza da compensare l’intermittenza di 2,8 miliardi di kilowatt di capacità rinnovabile installata.

Il codice ambientale e la nuova frontiera della compliance

Parallelamente al Piano quinquennale energetico, il 15 agosto 2026 entrerà in vigore il Codice ambientale ed ecologico cinese: un testo legislativo che per la prima volta incorpora in forma di legge – non di linea guida amministrativa – gli obiettivi di governance ecologica che finora vivevano in una zona grigia tra indicazione politica e obbligo giuridico. Il Codice copre la protezione della biodiversità, la conservazione del suolo e delle acque, e stabilisce responsabilità esplicite per la dirigenza aziendale in materia di conformità ambientale.

Per le imprese che operano in Cina, il messaggio è chiaro: la sostenibilità smette di essere un elemento di reputazione e diventa un requisito di accesso al mercato. Per quelle che esportano verso la Cina o importano prodotti cinesi, il quadro si complica ulteriormente: il sistema cinese di carbon footprint dei prodotti, in fase di espansione, e il meccanismo europeo di aggiustamento del carbonio alle frontiere (CBAM) stanno costruendo, da direzioni opposte, un sistema di requisiti di sostenibilità che finirà per sovrapporsi nelle catene del valore globali. Due architetture diverse – una guidata dallo stato, l’altra dal mercato – ma convergenti nella stessa direzione: rendere il costo del carbonio visibile e penalizzante, ovunque.