Dialoghi – Il linguaggio segreto degli emoji in Cina
Giugno 2026

Come gli emoji sono diventati una lingua nella lingua in Cina. “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano.
Di Camilla Fatticcioni
Gli emoji oggi significano molto più di ciò che rappresentano. Nati in Giappone alla fine degli anni ’90 per iniziativa delle compagnie telefoniche, erano pensati per rendere i messaggi più espressivi e aggiungere enfasi. La parola stessa deriva dall’unione dei termini giapponesi e (“immagine”) e moji (“carattere”). Con il tempo si sono evoluti fino a diventare quasi degli ideogrammi contemporanei, capaci di veicolare concetti ben più complessi di una semplice risata o di una faccina triste. Questa evoluzione ha trovato un terreno particolarmente fertile in Cina, complice la lingua ricca di omofonie e variazioni tonali, che sono alla base di gran parte dei giochi linguistici che popolano il web cinese.
La comunicazione digitale attraverso immagini, meme e codici ha anche una funzione strategica: aggirare i filtri del Great Firewall che spesso censura e cancella post e commenti che utilizzano parole o immagini ritenute sensibili. Questo ha portato al nascere di sistemi di comunicazione solo all’interno delle comunità di nativi digitali, che molto spesso sfruttano l’omofonia tra alcuni caratteri o codici numerici per ottimizzare la comunicazione online. Uno degli esempi più noti è 520 (wǔ èr líng), diventato sinonimo di “ti amo” perché il suono dei tre numeri ricorda la frase wǒ ài nǐ (我爱你, “ti amo”). Il successo di questo codice è tale che il 20 maggio (5/20) viene ormai celebrato online come una sorta di San Valentino informale cinese. Allo stesso una delle prime nozioni di slang che si imparano studiando cinese è che “666” (liù liù liù) viene utilizzato per esprimere ammirazione, termine che è riuscito ad evadere la comunicazione digitale ed entrare in quella colloquiale quotidiana.
In questo contesto, anche gli emoji hanno acquisito significati sempre più sofisticati. Il sistema di input in pinyin contribuisce a questo processo: quando si scrivono parole in pinyin, il sistema suggerisce spesso anche emoji, creando associazioni che non si basano sul significato, ma sulla somiglianza fonetica.
L’esempio classico che incontrano tutti gli studenti di mandarino riguarda la sillaba ma. A seconda del tono, può assumere significati completamente diversi: mā (妈) significa “madre”, má (麻) “canapa”, mǎ (马) “cavallo” e mà (骂) “insultare”.
Non sorprende quindi che, nella cultura digitale, l’emoji del cavallo 🐴 venga spesso utilizzata come sostituto grafico di parole o espressioni che rischierebbero di essere intercettate dai sistemi di moderazione. Per questo, espressioni come “calpestare il cavallo” (踩马, cǎi mǎ) non hanno nulla a che vedere con l’animale, ma serve per esprimere rabbia, esasperazione o una forte frustrazione senza dover ricorrere a parolacce.
Un meccanismo simile vale anche con l’emoji della pillola 💊. Quando si scrive “yào wánle” (要完了, “è finita”), i sistemi di input possono suggerire l’emoji perché yàowán (药丸, “pillola”) suona molto vicino all’espressione. Da questa sovrapposizione fonetica nasce uno slang online in cui la pillola indica situazioni critiche o una “catastrofe imminente”. Nelle conversazioni sui social, gli utenti possono ad esempio scrivere che “questo sito è 💊”, per suggerire che la piattaforma è destinata a finire nei guai, oppure utilizzare sequenze di pillole per esprimere delusione o perdita di fiducia verso una celebrità o di influencer coinvolte in scandali.
Lo stesso principio si estende ad altre piattaforme e contesti. Alcuni servizi, ad esempio, filtrano automaticamente il nome della famosa piattaforma ecommerce Taobao: per aggirare il blocco, gli utenti sostituiscono “Tao” con l’emoji della pesca 🍑, dato che táo (桃, “pesca”) condivide la stessa pronuncia. Con l’ampliarsi delle liste di parole vietate, incluse le loro varianti fonetiche, gli utenti hanno sviluppato strategie sempre più rapide e creative di adattamento. In alcuni casi, anche la parola “uccidere” (shā, 杀) viene sostituita da emoji come lo squalo 🦈 (shāyú), sfruttando ancora una volta la somiglianza sonora.
Questo utilizzo degli emoji è tutt’altro che recente in Cina: risale alla metà degli anni 2010 all’interno delle sottoculture online chōuxiàng (抽象), termine che letteralmente significa “astrazione”. Nata nelle community di livestreaming e forum, questa sottocultura digitale si fonda su giochi fonetici, meme assurdi ed un umorismo illogico, con riferimenti opachi e codici intenzionalmente incomprensibili per chi non ne fa parte. Solo che molti di questi codici non fanno solamente più parte di determinate nicchie digitali, ma sono diventati negli anni sempre più diffusi sulle principali piattaforme social cinesi.
Questa evoluzione, tuttavia, non è priva di conseguenze. Se da un lato arricchisce il linguaggio digitale, dall’altro contribuisce a renderlo sempre più frammentato e chiuso in comunità specifiche. Le generazioni più anziane tendono spesso a interpretare gli emoji in senso letterale, perdendo i livelli di sottinteso che li accompagnano. E quando questi codici escono dall’ambiente online e arrivano nella comunicazione quotidiana, il rischio è che il loro significato si dissolva del tutto, lasciando spazio a incomprensioni tra chi li usa e chi li osserva da fuori.
Paradossalmente, gli emoji erano stati concepiti come uno strumento universale, capace di superare le barriere linguistiche attraverso immagini immediatamente riconoscibili. Oggi assomigliano sempre di più ai geroglifici di linguaggio digitale contemporaneo in costante mutamento ed evoluzione.