Dialoghi – Xi incontra Trump, 9 anni fa
Aprile 2026

Il 6 aprile 2017 Xi Jinping incontrava Donald Trump per la prima volta nella residenza di Mar-a-Lago, in Florida. Come era andata e come sono cambiati i rapporti di forza, nove anni dopo? “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano.
di Francesco Mattogno
Il 14 e 15 maggio, salvo nuovi rinvii, il presidente americano Donald Trump (tèlǎngpǔ, 特朗普) sarà in Cina per un faccia a faccia con Xi Jinping, sei mesi e mezzo dopo il breve vertice di Busan, in Corea del Sud. Poco più di nove anni fa, invece, i due leader si incontravano per la prima volta.
Era il 6 aprile 2017. Trump, entrato da pochi mesi nel suo primo mandato, ospitava Xi e consorte (Peng Liyuan) a Mar-a-Lago, in Florida, per due giorni conoscitivi fatti di banchetti, trattative e sorrisi a favore di telecamera. Bastano nove anni per dire che si parla già di Storia, quella con la esse maiuscola?
Il 6 aprile del 2017 il mondo non aveva idea di cosa fosse il Covid-19 (il «chinese virus», come lo definì poi Trump), l’Italia maschile di calcio doveva ancora fallire una qualificazione al mondiale e Matteo Renzi si era da poco dimesso da primo ministro, tra le altre cose. Ma soprattutto mancavano anni all’aggressione russa dell’Ucraina, al genocidio israeliano dei palestinesi a Gaza e alla destabilizzazione dell’Asia occidentale per opera dello stesso Trump e di Israele, fautori di una guerra all’Iran che ha bloccato le forniture energetiche di mezzo mondo, con conseguenze anche per la Repubblica popolare. Era un’altra epoca.

Il primo incontro Xi-Trump
Si sa, le dichiarazioni dei leader in occasioni come queste lasciano un po’ il tempo che trovano. Al momento dei summit la diplomazia (wàijiāo, 外交) ha già fatto il suo corso, dietro le quinte, e resta giusto lo spazio per firme e annunci. Quando si incontrano i presidenti delle due maggiori potenze del mondo però le cose si fanno interessanti, e a distanza di nove anni può essere utile provare a capire cosa è cambiato, e cosa no.
Come (quasi) tutte le prime volte, anche quella tra Xi e Trump era infarcita di ottimismo. Alla vigilia del vertice la parte cinese parlava di una «nuova era delle relazioni bilaterali» e di un «punto di partenza per la promozione della pace, della stabilità e della prosperità dell’Asia-Pacifico». Prima dei venti di decoupling, Pechino sottolineò inoltre la forte interdipendenza economica tra i due paesi, presentandola come un fattore da coltivare, più che da distruggere.
Se durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2016 Trump aveva accusato la Cina di aver «derubato gli Stati Uniti», dimostrando di avere già in testa il cruccio dei dazi e del deficit commerciale da colmare col resto del pianeta, nei primi mesi della sua presidenza anche il suo tono si era fatto più morbido, in vista dell’incontro con Xi. La decisione stessa di ospitare il presidente cinese a Palm Beach con le rispettive mogli aveva lo scopo di rendere il clima più rilassato, ed effettivamente funzionò.

In quei due giorni, al di là dei colloqui formali, Trump e Xi pranzarono e cenarono assieme, tanto da spingere il presidente americano a parlare dell’inizio di un rapporto di «amicizia» e di «progressi straordinari» sui temi cari a Washington. Dichiarazioni che con il tempo si sono rivelate totalmente infondate, da derubricare nella folta lista delle esagerazioni e menzogne di Trump, a cui il mondo si è ormai abituato.
Di straordinario ci fu ben poco. Sulle questioni commerciali Xi concesse a Trump una sorta di accordo verbale, con il quale si impegnava a ridurre il surplus commerciale a favore della Cina acquistando più prodotti americani, soprattutto legati al settore agricolo (la cosa si sarebbe poi tradotta nell’accordo di “fase 1” del 15 gennaio 2020, immediatamente depotenziato dalla pandemia).
Su tutto il resto – Corea del Nord, mar Cinese meridionale e Taiwan – le parti dissero solo di essere d’accordo sull’essere in disaccordo, e anche per le analisi più ottimiste era già chiaro che Pechino non avrebbe concesso nulla sulle proprie “linee rosse”.
Cosa è cambiato oggi
Il vero successo fu mascherare la tensione. Il 5 aprile 2017, alla vigilia del summit, la Corea del Nord testò un missile balistico nel mar del Giappone. Washington stava facendo enormi pressioni per impedire lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano, e si parlava di un possibile “attacco preventivo” su Pyongyang: una chiara violazione del diritto internazionale che Trump ha poi deciso di mettere in atto su un altro obiettivo, l’Iran, proprio qualche settimana fa.
In quei giorni la Cina protestò inoltre per il dispiegamento del sistema di contraerea americana THAAD in Corea del Sud, temendo per la tenuta del regime nordcoreano (e per il fatto di poter diventare un facile bersaglio di Washington). Ma la notte che Xi atterrò a Palm Beach successe anche un’altra cosa: gli Stati Uniti, in risposta a un possibile attacco con armi chimiche del regime di Bashar al-Assad, bombardarono una base aerea in Siria.
Onde evitare di creare attriti durante il summit, Pechino decise di accantonare la questione fino al ritorno in patria del presidente, per poi criticare duramente l’attacco al termine dei due giorni di banchetti a Mar-a-Lago.
Malgrado i timori legati all’attivismo militare di Trump, già all’epoca la leadership cinese non si dispiaceva del fatto che gli Stati Uniti continuassero a restare occupati in Asia occidentale, una “distrazione” che porta tuttora risultati: lo scorso marzo Washington ha spostato alcuni missili THAAD – quei missili THAAD – dalla Corea del Sud alle basi statunitensi in Asia occidentale, insieme a parte della flotta che era dispiegata nel mar Cinese meridionale.
Il 2017 era poi un anno delicato per Xi, atteso dal XIX Congresso del Partito comunista di ottobre con cui avrebbe cominciato il secondo mandato da segretario – e in seguito da presidente della Repubblica popolare – inserendo all’interno della costituzione del Pcc il suo “Pensiero sul socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era”, il primo leader cinese vivente ad aver fatto una cosa simile dai tempi di Mao Zedong. A Mar-a-Lago, prima di questo passo storico e con l’abolizione del limite dei due mandati da presidente ancora da approvare, la sua leadership non era indiscussa come lo è oggi.
A distanza di nove anni, il partito ha perso vari pezzi nelle alte sfere – soprattutto nel ramo della Difesa – ma la posizione di Xi è più stabile che mai, mentre la Cina continua senza grossi intoppi la sua ascesa al ruolo di grande potenza. L’economia cinese, seppur con qualche scricchiolio, ha resistito a shock come il covid e la crisi immobiliare, affrontando meglio delle aspettative questioni cruciali come transizione energetica e sviluppo tecnologico.

Sul fronte internazionale, in questi nove anni Pechino ha diversificato i propri partner commerciali e rafforzato le relazioni con il Sud Globale, potenziando meccanismi multilaterali come BRICS e SCO e costruendosi almeno in parte una reputazione da “potenza responsabile”. Nonostante le manovre militari della Cina nel mar Cinese meridionale e attorno a Taiwan, su questo punto il confronto con gli imprevedibili Stati Uniti di Trump, impegnati in guerre e regime change in giro per il globo, è impietoso.
Il presidente cinese arriverà quindi all’incontro di maggio con Trump da una posizione di forza. Può dimostrarlo anche il fatto che, rispetto al 2017, per la prima visita ufficiale dalla sua rielezione è il presidente americano che si muove per andare in Cina, e non viceversa.
Gli anni passano per tutti, ma l’anziano Trump di oggi appare più debole di Xi anche fisicamente, poco lucido, impopolare e sfiduciato persino da parte del movimento MAGA. In tutto questo, lo scontro commerciale con Pechino, fulcro delle politiche sulla Cina di Trump, non sembra aver portato veri risultati al di là di nuove escalation che (complice l’interregno di Joe Biden) hanno esteso il confronto anche alla corsa tecnologica e all’approvvigionamento delle risorse minerali critiche.
A quasi un decennio da quell’incontro a Mar-a-Lago, il presidente americano è comunque riuscito a definire «fantastici» anche i colloqui di ottobre con Xi a Busan, che non hanno prodotto nulla se non una fragile tregua sui dazi e altre promesse cinesi sulla riduzione del surplus commerciale con Washington: le stesse di nove anni fa. Non è cambiato niente, ma è cambiato tutto.