Dialoghi – La pesca con i cormorani resiste, in qualche modo
Febbraio 2026

Per oltre mille anni, pescare sfruttando l’aiuto di cormorani “domestici” è stata la normalità in buona parte della Cina, soprattutto al sud. Si tratta di una pratica affascinante, non esente da dilemmi etici, che stava quasi sparendo. Poi sono arrivati i turisti. “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano
di Francesco Mattogno
Forse è dovuto agli algoritmi, e quindi a quella bolla di interessi o presunti tali che le piattaforme propinano a ogni utente, ma navigando un po’ in un qualunque archivio di immagini sulla Cina (per esempio qui) prima o poi ci si imbatte in una foto che assomiglia a questa:

Ci sono sempre una barchetta di bambù, un panorama incredibile, uno o più uomini che sembrano provenire da una Cina di altri tempi e dei cormorani (lúcí, 鸬鹚), i loro cormorani, appollaiati da qualche parte. È quello che rimane di una tradizione antica, che oggi vive soprattutto su Instagram e social affini, oltre che sulla banconota da 20 yuan: la pesca con i cormorani.
Nonostante secoli di ricerche, non è ancora del tutto chiaro quando in Cina si sia cominciato a praticare questo tipo di pesca. Citata per la prima volta in Giappone nel 607 d.C., dove è conosciuta come ukai, la pesca con i cormorani viene menzionata nel Libro dei Sui (suíshū, 隋书), pubblicato nel 636, ma sempre parlandone come di un’usanza giapponese. Visti gli stretti legami tra la dinastia Sui (589-618) e l’impero giapponese dell’epoca, qualcuno sostiene che la pratica sia stata importata in Cina proprio dal Giappone, ma resta un’ipotesi.
Quello che è certo, stando ai documenti storici, è che in epoca Song (960-1279) la pesca con i cormorani fosse già praticata regolarmente in diverse zone dell’impero, soprattutto al sud, prima di diffondersi un po’ in tutto il territorio cinese nei secoli successivi (e finendo per giungere in Europa per l’interesse e il divertimento delle élite britannica e francese, rimaste affascinate da questi pescatori speciali).
Come funziona la pesca con i cormorani
Oltre ad essere dei nuotatori e predatori eccezionali, i cormorani sono uccelli molto intelligenti, abituati a sfruttare la presenza dell’uomo. Queste loro capacità li rendono degli strumenti di pesca perfetti per chi è in grado di controllarli, come gli esperti pescatori cinesi che ancora oggi si muovono sul fiume Li, nel Guangxi, o sul lago Erhai di Dali, nello Yunnan.
Il momento migliore per questo tipo di pesca è nelle ore notturne, quando sono maggiormente attivi pesci come le carpe o il “pesce profumato” (xiāngyú, 香鱼). Sebbene esistano diverse varianti locali delle tecniche di pesca, una volta imbarcati le cose funzionano grosso modo così: i cormorani restano a bordo (in alcuni casi legati, ma non sempre) fino al raggiungimento del luogo di pesca designato; a quel punto il pescatore lega una piccola cordicella attorno al collo del cormorano, stretta abbastanza da impedirgli di ingoiare i pesci più grandi, e poi lo spinge in acqua, dove comincia la caccia.
Gli uccelli sono infine addestrati a tornare a bordo con in bocca il pesce catturato, che non sono riusciti a mangiare. Quello spetta al pescatore, mentre ai cormorani vengono lasciati gli scarti o i pesci più piccoli e non vendibili. In altri casi, a fine giornata, si slega il cappio dal collo e si permette al cormorano di trovarsi il pasto in libertà. In una buona giornata una sola barca può arrivare così a 15-20 kg di pescato.
Vista da fuori è una pratica a cui non manca una certa crudeltà, ed è veramente complicato parlare di un rapporto di sinergia uomo-animale, quando quest’ultimo è completamente al servizio del suo proprietario. Anche se, per sottolinearne l’intelligenza, molti sostengono che i cormorani si rifiutino di pescare quando non ritengono il premio ricevuto abbastanza equo.
I cormorani utilizzati per questo tipo di pesca sono stati “selezionati” nel corso dei secoli, portando a una sorta di domesticazione, dimostrata anche dalla comparsa di individui con una pezzatura diversa rispetto a quella dei cormorani selvatici. Si tratta di animali più docili, che vengono addestrati fin da piccoli e che in molti casi sembrano aver perso il desiderio di volare (sigh).
Tradizione vuole che le uova siano covate dalle galline e che, una volta schiuse, i piccoli vengano alimentati dalla famiglia del pescatore, almeno fino ai quattro mesi. In realtà, non è più un passaggio molto comune: da tempo i (pochi) pescatori specializzati rimasti preferiscono comprare i piccoli già pronti altrove, visto che l’acquisto e il trasporto – a volte lungo e molto stressante per l’animale – risultano più economici rispetto allo sfamare un cormorano non ancora produttivo.
Una volta raggiunta l’età giusta, i piccoli cormorani accompagnano gli adulti nelle giornate di pesca, rimanendo attaccati alla barca con una lunga corda fino a che non impareranno a pescare e a tornare a bordo da liberi. Cosa che solitamente avviene dopo un mese.
Il periodo di massima produttività dei cormorani si ha tra i 5 e i 10 anni di età, con la loro “carriera” destinata a finire superati i 15 o massimo 20 anni. A quel punto sono molti i pescatori che hanno dichiarato di non abbattere semplicemente i propri cormorani, che alcuni considerano «come dei fratelli», preferendo portarli a morire per ingozzamento di carne, alcol e altro cibo. Una sorta di ultimo premio prima di andarsene per sempre.
E oggi?
A partire dagli anni 2000 la pesca con i cormorani, in Cina come in Giappone, ha ormai un’unica ragione di esistere: il turismo. Come altri metodi tradizionali di pesca, anche questa tecnica è stata superata dall’avanzamento tecnologico e indebolita dal tasso di urbanizzazione e spopolamento delle zone rurali della Repubblica popolare, e ad oggi è difficile trovare famiglie di pescatori che si sostengono così.
A questo si sommano una serie di problemi causati dalle attività dell’uomo: l’inquinamento delle acque dolci, l’aumento dei sedimenti sul fondale dei fiumi, il sovrasfruttamento della fauna ittica, la distruzione di gran parte degli habitat di carpe e xiangyu e l’erosione provocata dalle piogge più intense, dovute ai cambiamenti climatici, stanno accelerando la scomparsa di una tecnica di pesca che però riesce ancora a stuzzicare la curiosità un po’ orientalista e nostalgica dei turisti, in primo luogo occidentali.

Diversi pescatori, spesso molto anziani, stanno quindi continuando a portare avanti la tradizione, anche se solo per show e magari con una storicamente poco accurata barca a motore. Accade per esempio a Yangshuo, sul fiume Li (dove le attività sembrano però essere recentemente cessate), o sul lago Erhai nello Yunnan, dove a pescare così sono i membri della minoranza etnica Bai. Lì i visitatori possono pagare per assistere a una dimostrazione di pesca con i cormorani, toccarli, fare qualche foto e vivere “un’autentica esperienza” – a dire il vero piuttosto macchiettistica – di una Cina che fu.
Al di là degli eventuali giudizi in merito, per i vecchi pescatori quella generata dal turismo è diventata una fonte di reddito spesso essenziale, in certi casi irrinunciabile. Che attira inoltre interessi imprenditoriali. La domanda portata dai turisti sta infatti stimolando vari giovani a riprendere la pesca con i cormorani, tenendo di fatto viva la tradizione, seppur volta all’intrattenimento dei curiosi e destinata ai feed di Instagram.