Dialoghi – La Cina attrae. In crescita sia talenti STEM che turisti
Settembre 2025

Dal primo ottobre la Cina introdurrà una nuova categoria di visto per “giovani talenti” nei settori scientifico e tecnologici, che promette un iter semplificato e maggiore flessibilità. Una leva strategica nella competizione con Washington, che nell’ambito delle sue politiche di repressione dell’immigragione di recente ha annunciato una tassa sui visti lavorativi. Parte la nuova stagione di “Dialoghi: Confucio e China Files”, una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano.
Di Vittoria Mazzieri
“Lo sviluppo della Cina richiede la partecipazione dei talenti da tutto il mondo” e, al contempo, “offre loro anche delle opportunità”. In una conferenza stampa di metà agosto, il premier cinese Li Qiang ha presentato con queste parole una nuova categoria di visti dedicata ai “giovani talenti” nelle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche (il cosiddetto settore STEM).
La misura, che entrerà in vigore il primo ottobre, permetterà di accedere al visto K con un iter semplificato. Non sarà più necessario ottenere la lettera d’invito da aziende o enti della Repubblica popolare, né attendere l’emissione della cosiddetta lettera di notifica (in cinese 外国人工作可通知
Waiguoren Gongzuo Xuke Zhitongzhi), entrambi necessari per l’ottenimento del visto lavorativo Z. Come si legge nel comunicato dello scorso agosto, rispetto alle 12 categorie di visti esistenti il nuovo visto offre maggiore praticità in termini di numero di ingressi consentiti, periodo di validità e durata del soggiorno.
I requisiti riguardano età, formazione ed esperienza lavorativa: possono richiederlo i giovani laureati presso “rinomate” università o istituti di ricerca sia cinesi che esteri, o coloro che svolgono presso di queste attività di formazione o ricerca correlate. Le attività consentite ai titolari spaziano tra scambi culturali, progetti di innovazione, iniziative imprenditoriali e collaborazioni nel campo scientifico e tecnico.
Come scrive Qian Zhou in una lunga analisi pubblicata da China Briefing, il visto K offre una prospettiva diversa rispetto alla maggior parte dei sistemi di immigrazione, in quanto si focalizza sui giovani ancora coinvolti in un processo di formazione invece che sui professionisti esperti. Ciò significa che il paese punta alle nuove generazioni di innovatori, con cui sarà potenzialmente più facile costruire relazioni a lungo termine. Facendo leva sulla flessibilità garantita dal visto K, le autorità tentano anche di avvantaggiare i centri di innovazione più piccoli e più periferici, che storicamente faticano ad attrarre talenti stranieri a causa di requisiti di ingresso complessi.
Sullo sfondo della rivalità con Washington nella corsa globale alla leadership scientifica e tecnologica, Pechino ha messo in campo una strategia per lo sviluppo di alta qualità della forza lavoro. L’introduzione della nuova categoria di visto, che mira ad attrarre dall’estero professionisti che vantano competenze essenziali a questo scopo, si muove parallelamente a iniziative per regolare gli squilibri strutturali tra domanda e offerta di lavoro nei settori high tech e dei servizi: è il caso della nuova iniziativa per la formazione professionale (2025-2027) promossa a fine giugno con lo scopo di migliorare le competenze e allineare la formazione alle esigenze di mercato.
Misure necessarie a fronte di un gap tra laureati e occupati che continua a crescere. Ogni anno il paese deve fare i conti con un numero record di laureati, che quest’anno hanno toccato i 12,2 milioni. A crescere è anche il tasso di disoccupazione giovanile (che ritrae lo stato della fascia di residenti urbani 16-24 anni). Dopo che nel 2023 Pechino ha sospeso la pubblicazione dei dati con il pretesto di ottimizzare le modalità di raccolta, la percentuale si è abbassata considerevolmente per poi tornare a salire, toccando ad agosto il 18,9%.
L’introduzione dei visti K rientra in una strategia volta a rendere la Cina un polo sempre più attrattivo per flussi di persone e conoscenze. Allo stesso tempo, consente a Pechino di presentarsi sulla scena internazionale come un paese in grado di adottare misure concrete di apertura, in contrasto con la dura repressione dell’immigrazione avviata da Trump, che il tycoon ha più volte definito una “minaccia per la nazione”. Venerdì 19 settembre il presidente Usa ha comunicato l’intenzione di imporre una tassa di 100 mila dollari alle aziende che faranno da sponsor per i nuovi visti di lavoro H-1B, che consentirebbe al paese di spingere i datori di lavoro a evitare assunzioni di massa e focalizzarsi su una cerchia ristretti di lavori elitari ad alta retribuzione.
La notizia ha scatenato il panico in particolar modo tra i cittadini indiani e cinesi di stanza negli Usa (l’India è al primo posto dei beneficiari di visti H-1B con il 71% dei titolari di visti approvati, mentre la Cina si è al secondo posto con l’11,7%): sul social media cinese Xiaohongshu alcuni utenti hanno raccontato di aver annullato viaggi in uscita dagli Stati Uniti con il timore di non riuscire più a rientrare, per poi tirare un sospiro di sollievo quando nelle ore successive Washington ha chiarito che la norma si applica solo ai nuovi richiedenti e non ai titolari di visti e a coloro che necessitano di rinnovare i propri permessi.
Il numero di studenti internazionali negli Stati Uniti o di giovani in cerca di lavoro è destinato in ogni caso a calare. Di nuovo, è l’India a contare il maggior numero di studenti esteri negli Usa, con 331 mila persone iscritte nelle facoltà statunitensi nell’anno accademico 2023/2024. Nello stesso periodo quelle con cittadinanza cinese erano poco più di 277 mila, una cifra in calo costante dal 2019, anno in cui si è toccato il picco di 373 mila. Ma le tensioni commerciali tra le due superpotenze e una crisi pandemica di mezzo hanno contribuito a un vero e proprio cambio di rotta.
A fianco dei numerosi casi di revoche improvvise e “arbitrarie” dei visti, a fine agosto il governo degli Stati Uniti ha avanzato una proposta di regolamento per ridurre la durata dei visti F, J e I, rispettivamente per studenti internazionali, partecipanti a programmi di scambio culturale e rappresentanti della stampa. Secondo gli analisti, è probabile che le recenti misure dell’amministrazione Trump scoraggeranno sempre più studenti cinesi a considerare gli Stati Uniti come una meta ambita per il proprio futuro, a favore di mete alternative come Hong Kong e Singapore. Lo scorso aprile, un avviso del ministero della Cultura e del Turismo cinesi ha chiesto ai cittadini di riconsiderare viaggi di piacere e di studio oltreoceano, a causa del “deterioramento delle relazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti e la situazione della sicurezza interna” (ne avevamo parlato in questa puntata di Dialoghi).
Parlando di turismo, dalla fine del 2023 la Repubblica popolare ha messo in evidenza i suoi intenti di apertura, semplificando progressivamente le norme e stipulando accordi unilaterali di esenzione del visto con numerosi paesi. A giugno 2025, le autorità hanno confermato, fino a fine anno o in alcuni casi fino a maggio 2026, la possibilità per i cittadini di 43 paesi (tra cui gran parte dei paesi europei, Italia compresa, e molte nazioni dell’America Latina) di soggiornare in Cina fino a 30 giorni senza visto. Ad oggi, l’ingresso senza visto è garantito per 75 paesi.
L’esenzione ha ovviamente attirato un gran numero di visitatori stranieri, sia per turismo che per affari. Secondo i dati ufficiali nazionali, nei primi sei mesi di quest’anno sono stati effettuati 38 milioni di viaggi in entrata o in uscita, con un aumento del 30,2% su base annua. Di questi viaggi, 13,64 milioni hanno comportato ingressi senza visto, con un aumento del 53,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le testimonianze di tour operator sommersi e di strutture ricettive prese d’assalto si sono riversate sul web, come quella di Gao Jun, guida turistica, che ha raccontato a Euronews delle difficoltà di far fronte alla crescente domanda di lavoro.
La crescita di travel blogger che hanno trascorso periodi in Cina e hanno dedicato dei contenuti a metropoli e paesaggi del paese ha contribuito a rafforzare l’interesse nei confronti della Repubblica popolare come meta turistica. Il viaggio dello streamer statunitense iShowSpeed, iniziato lo scorso marzo, ha dominato per settimane i social occidentali e cinesi, rendendolo involontariamente un vero e proprio ambasciatore dello sviluppo tecnologico e della cultura cinese. Le dirette senza filtri di creatori di contenuti occidentali, che si avvicinano agli usi e costumi del paese con un misto di curiosità ed esotizzazione, si sono affiancate a video promozionali di luoghi secondo la strategia di raccomandazione nota come zhongcao (ne avevamo parlato in questa puntata di Dialoghi, analizzando il caso di Chongqing).