Dialoghi – “Buddha salta oltre il muro” e altre storie dalla cucina cinese

Luglio 2025

I piatti della tradizione cinese hanno nomi bizzarri se tradotti in italiano: ma a volte la naturalizzazione linguistica non è necessaria (né utile). Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. 

Di Agnese Ranaldi

“Buddha salta oltre il muro” (fú tiào qiáng, 佛跳墙), “fette di polmone di marito e moglie” (fūqī fèi piàn, 夫妻肺片), “‘attraversare il ponte’ tagliatelle di riso” dello Yunnan (guò qiáo mǐxiàn, 过桥米线): a chi non è capitato di sedersi a tavola in un ristorante cinese e di apprezzare, nel menù in inglese o in italiano, l’estro immaginifico con cui vengono tradotti i piatti tradizionali. Se allo sguardo occidentale (complice l’etnocentrismo) può sembrare un vezzo esotico, in realtà i nomi dei piatti portano con sé storie e tradizioni. Tradurli non è solo una sfida, ma una responsabilità. Soprattutto ora che le nuove politiche dei visti invitano massivamente i turisti da tutto il mondo a fare esperienza (anche culinaria) nella Repubblica popolare. 

Come un piccolo cammeo, ogni nome può parlare di tecniche, ingredienti, ma anche usi e costumi di una Cina che non c’è più. Lo spiega Cnn in un recente articolo dedicato all’argomento. Nei menù dei ristoranti cinesi all’estero – e persino in alcune città cinesi dove si cerca di attrarre turisti internazionali – si tenta da anni l’impresa della traduzione. “Buddha salta oltre il muro” (fú tiào qiáng 佛跳墙) ad esempio, è un piatto di alta cucina usato anche in contesti ufficiali, e il suo nome alluderebbe alla capacità del piatto di invogliare persino i monaci buddisti vegetariani a lasciare i loro templi per assaggiarlo. Nella traduzione ci si aspetterebbe forse una descrizione del contenuto: non c’è, perché il nome del piatto non dovrebbe richiedere necessariamente una traduzione. Il celebre fūqī fèi piàn (夫妻肺片), piatto tipico del Sichuan a base di frattaglie di manzo, tradotto in inglese come “husband and wife lung slices”: una resa letterale che conserva l’aspetto folklorico, ma risulta per molti illeggibile (e in questo caso addirittura respingente). 

Il rischio della traduzione, infatti, è duplice. Da un lato, mantenere la traduzione letterale – spesso per mancanza di alternative o per fedeltà all’originale – genera fraintendimenti. Un esempio emblematico è yú xiāng qiézǐ (鱼香茄子), “melanzane al profumo di pesce”: un piatto vegetariano che non contiene alcun pesce, ma utilizza un condimento che ricorda l’aroma del pesce cucinato alla maniera sichuanese. Dall’altro lato, le traduzioni “esplicative” – come “melanzane in salsa piccante alla sichuanese” – risultano piatte, generiche, e perdono il valore evocativo dell’originale.

La possibile terza via, lo spiega il linguista Hugo Tseng su Sixth Tone, è conservare il nome originale in pinyin accompagnandolo da una breve spiegazione descrittiva. È un approccio sempre più comune in alcuni ristoranti di alta cucina cinese, e che potrebbe rappresentare un compromesso efficace tra autenticità e comunicabilità. D’altronde, pizza, pasta, ramen, hot dog, croissant, non vengono certo tradotti in altre lingue (eccezion fatta per il “perro caliente”, l’hot dog spagnolo, e altri casi). In questo modo, nomi come mápó dòufu (麻婆豆腐), xiǎo lóng bāo (小笼包) non vengono tradotti – e dunque non vengono snaturati – e il contenuto può essere spiegato in modo accessibile: il primo (“formaggio di soia di donna anziana butterata” difficilmente può avere un effetto invitante) è il tipico tofu piccante dello Sichuan, mentre i secondi, diffusi nella costa orientale e rivendicati da Shanghai come piatto tipico (ma si trovano anche a Taiwan), sono ravioli al vapore preparati in un cesto di bamboo con del brodo all’interno, serviti solitamente a colazione.

A volte, i nomi più “strani” possono diventare una porta d’accesso alla curiosità. Con la globalizzazione anche culinaria la cucina cinese sembra più vicina, ma di fatto resta spesso percepita come poco familiare: quindi più soggetta a processi di normalizzazione linguistica. Ma questa normalizzazione rischia di spogliare la cucina delle sue specificità. Un menù che offre “fette di carne in salsa piccante” è chiaro, certo, ma manca dell’aneddoto: che quelle fette sono frattaglie; che la salsa è tipica del Sichuan; che la ricetta fu ideata da una coppia negli anni Trenta e per questo si chiama “polmoni di mogli e marito”. Come scrive Tseng, “non dobbiamo avere paura che i nomi suonino strani. I nomi nuovi diventano normali solo se diamo loro spazio per esistere”.